
Contro Hirst la
«vendetta» scelbiana
Fu prefetto per due mesi dopo la Liberazione
Nel 1954 gli negarono persino un
riconoscimento
FERRARA. Il 10 febbraio 1954 Mario Scelba riesce a formare, a tempo di record,
il nuovo governo. Questa soluzione era stata però preceduta da vari
tentativi, falliti, di risolvere la crisi governativa aperta in precedenza dal
monocolore presieduto da Amintore Fanfani. Il nuovo governo presieduto da
Scelba è formato da democristiani, socialdemocratici e liberali. Il
vice-presidente del Consiglio è Giuseppe Saragat, Scelba mantiene anche
il Ministero degli Interni. Il nuovo presidente del Consiglio cerca più
vasti consensi nel parlamento e nel Paese.
Il suo tentativo è quello di recuperare a sinistra i socialisti nenniani
e a destra i monarchici. Forse rientra in questa sua politica di allargamento,
anche a sinistra, un piccolo, ma significativo fatto. Il 2 dicembre 1954 dal
Ministero dell'Interno - Direzione Generale degli Affari Generali e del
Personale - Divisione AA.GG. viene inviata a tutti i Prefetti della Repubblica
una lettera che ha come oggetto: Prefetti della liberazione (questo documento,
come la relativa documentazione su questo argomento è conservato presso
l'Archivio di Stato di Ferrara - Fondo Prefettura di Gabinetto Busta 552 Cat. 7
- e pertanto ringraziamo la Direttrice dello stesso Archivio, dottoressa
Antonietta Folchi, per la grande disponibilità dimostrata per
consentirci la consultazione). In questa lettera, riservata alla persona, si
dice: «In relazione a richieste di formali riconoscimenti dell'opera svolta da
coloro i quali disimpegnarono le funzioni di Prefetto per nomina del Governo
Militare Alleato, ed allo scopo di acquisire, al riguardo, ogni utile elemento
di giudizio, si pregano le SS.LL. di voler riferire in via riservata, in merito
alle persone, non più appartenenti all'Amministrazione, che in codesta
Provincia hanno ricoperto la carica di cui sopra, facendo conoscere se le
stesse, ad avviso delle SS.LL. medesime, abbiano titolo, per l'opera svolta
nell'interesse del Paese, all'apprezzamento ed alla riconoscenza
dell'Amministrazione». La lettera prosegue: «Si gradirà, inoltre, di
conoscere quale sia stato il comportamento politico dei cennati Prefetti ed il
ricordo lasciato nella provincia... precisando se, anche in relazione
all'attività attualmente svolta ed al prestigio di cui godono in
pubblico, un eventuale riconoscimento dell'Amministrazione avrebbe una eco
favorevole». A Ferrara il Prefetto della Liberazione era stato Renato Hirsch. Il
22 aprile 1945 il Cln Provinciale di Ferrara, «organo di governo della
città in forza dei poteri conferitigli dal Governo democratico italiano
e dal Comitato di Liberazione Alta Italia», lanciava l'appello-proclama per lo
sciopero insurrezionale a Ferrara.
Come scrive Spero Ghedini nel suo libro di memorie «Uno dei centoventimila»:
«L'insurrezione doveva precedere di almeno 24 ore l'arrivo degli Alleati».
Il Cln provinciale decise dunque l'insurrezione per la notte dal 22 al 23
aprile 1945. Fu occupato il Palazzo Comunale. Quando il 23 mattina giunse la
prima staffetta alleata, al comando di un capitano, trovò ad attenderla
sullo scalone del Municipio il Comitato di Liberazione Provinciale e la nuova
Giunta comunale. Così scrive Spero Ghedini: «Era la dimostrazione di due
importanti dati di fatto: che la città si era autoliberata e che
intendeva autogovernarsi, con il consenso e l'apporto di collaborazione
necessario da parte di tutte le forze politiche. Questi concetti furono
espressi nel saluto che Renato Hirsch porse al rappresentante alleato».
Renato Hirsch, venne nominato Prefetto dopo la Liberazione di Ferrara, dal Cln
provinciale in accordo con gli Alleati.
Questo stesso giornale, alcuni anni fa, ne ricordava la figura, in occasione
dell'intitolazione di una strada, ubicata nella nuova zona della piccola-media
industria di S. Giorgio, dedicatagli, con delibera della Giunta Comunale datata
30 maggio 1997. In occasione della cerimonia d'inaugurazione della via dedicata
a Renato Hirsch, l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara compilò
una preziosa cartellina che, oltre a contenere una breve biografia del Prefetto
della Liberazione, raccoglieva una serie di fotocopie di documenti depositati
presso l'Archivio di Stato di Ferrara.
È necessario qui dire, seppur brevemente, chi era e cosa ha fatto Renato
Hirsch.
Era nato a Ferrara il 23 febbraio 1889, figlio di Carlo e di Almerinda Pesaro. Alla
sua nascita i genitori abitavano in via Saraceno 103, poi si trasferirono in
via XX Settembre, poi ancora in via Contrari e ancora in via Gorgadello. Alla
morte del padre, nel 1923, Renato lo sostituisce alla direzione del maglificio
di famiglia, la Industrie riunite Irsch Odorati, un vero colosso nel depresso
panorama industriale locale, con impianti succursali a Comacchio, Copparo e
Bondeno. La sede principale degli stabilimenti Hirsch era collocata
nell'attuale via Aldighieri, in quella sede erano occupati circa mille operai e
complessivamente nelle industrie Hirsch-Odorati erano impiegati 1165
lavoratori. Quando Renato acquisì la direzione dell'azienda, l'industria
esportava (come viene riportato nella pubblicazione «Il tempo delle ciminiere»
a cura di Roberto Roda e Giovanni Guerzoni) in centro e sud America, in Egitto,
nell'est europeo e nelle Indie inglesi e olandesi. Renato Hirsch creò
per i propri dipendenti autonome strutture alternative, per esempio un asilo
per bambini delle operaie, un centro di assistenza. L'asilo «Aiuto materno»
fondato nel 1925 si trovava in via Cittadella, 17. Le madri potevano assentarsi
dal lavoro durante gli orari di allattamento. Renato aveva combattuto come
volontario durante il primo conflitto mondiale riportandone una ferita e varie
onorificienze. Si sposò con Rachele Maria Levi avendo da lei due figli
Ugo Carlo, nato nel 1912, e Carla, nata nel 1914. Purtroppo il figlio Ugo Carlo
morì, a soli 18 anni, il 25 luglio 1930, in un incidente di montagna
avvenuto a San Candido in provincia di Bolzano. Come riportato nella breve
biografia sopra citata a partire dal 1925 «sono le prime notizie dei cattivi
rapporti col fascismo locale, quando il «Corriere Padano», il giornale
personale di Italo Balbo, lanciò una campagna denigratoria contro
l'industriale ebreo accusandolo di pescecanismo di guerra, di illecite
speculazioni, nonché di scarso patriottismo allo scopo di indurlo a
mitigare il proprio atteggiamento di aperta riprovazione nei confronti del
neonato regime; né mancarono dirette minacce fisiche da parte dei
più zelanti squadristi». Renato rifiutò di aderire al Partito
Nazionale Fascista. Alla promulgazione delle leggi razziali, Renato,
appellandosi al suo passato di combattente, presentò domande di
discriminazione, una il 12 luglio 1939, e fu respinta, l'altra il 25 febbraio
1940, ed anche questa fu respinta visto il giudizio negativo del prefetto che
ricalcava quello del segretario federale Lino Balbo: «parere sfavorevole per
indubbi sentimenti antifascisti». Hirsch venne espropriato dell'azienda ed
internato in un campo di internamento ad Urbisaglia nelle Marche, dove rimase
fino alla caduta di Mussolini. Rientrò a Ferrara diversamente da quanto
fecero moltissimi altri ebrei che trovarono scampo addirittura all'estero. A
Ferrara partecipò attivamente, come indipendente di sinistra,
all'organizzazione della Resistenza. Riuscì a mantenersi in
clandestinità cambiando continuamente abitazione e mutandosi
nell'aspetto, aiutato in questo da un compagno barbiere, che era anche
truccatore di teatro, che lo forniva degli attrezzi adatti allo scopo.
Ritorniamo ora ai documenti del 1954 conservati presso l'Archivio di Stato di
Ferrara. Il Prefetto di Ferrara del tempo, il dottor Giura, incarica il
Questore di Ferrara, Ettore Bonichi, di svolgere accertamenti, così come
richiedeva il Ministero dell'Interno, sul Prefetto della Liberazione Renato
Hirsch. Il Questore risponde al Prefetto con una lettera datata erroneamente 11
novembre 1954, facendo riferimento alla nota 4061 del 9 corrente (che poi era 9
dicembre). La lettera viene protocollata dalla Prefettura di Ferrara in data 12
dicembre 1954. Il Prefetto non apporta sostanzialmente alcuna correzione alla
lettera che gli era stata inviata dal Questore, la fa trascrivere e la invia,
in data 17 dicembre 1954 al Ministero dell'Interno.
La relazione contiene delle informazioni sbagliate che sono in contrasto con le
altre notizie e testi che si hanno su Hirsch. Vi si dice: «Partecipò,
con il grado di ufficiale, a tutte le campagne della guerra 1915-1918 in zona
di combattimento, comportandosi coraggiosamente e meritandosi una medaglia
d'argento al valor militare. Per questo suo passato militare ottenne, in sede
di applicazione delle disposizioni delle leggi razziali, il beneficio della
discriminazione. Poco dopo l'inizio della seconda guerra mondiale, fu
però internato in un campo di concentramento, dove rimase fino a quando,
sotto il governo Badoglio, ne fu disposta la liberazione. Dopo l'8 settembre,
riuscì a sottrarsi alla cattura, allontanandosi da questa città
ed espatriando in Svizzera. Alla liberazione ricomparve a Ferrara e, su
proposta del Cln provinciale, venne dal Governo Militare Alleato, chiamato a
reggere la Prefettura».
La situazione nell'immediato dopo guerra non era certo delle più facili.
Mancava l'acqua, l'elettricità; ponti, scuole, ospedali, chiese,
distrutte, il banditismo era dilagante, vi furono due assalti alle carceri di
Piangipane con l'uccisione di diversi detenuti politici. Persone che non
avevano avuto nulla a che fare con la reale Resistenza che si spacciavano per
partigiani commettendo delitti e personali vendette. L'Anpi fu costretto a
sospendere tutte le tessere in circolazione e sostituirle con altre senza
valore di riconoscimento che qualificasse chi le deteneva come partigiano.
La relazione del Prefetto Giura così prosegue: «Regnava allora in
provincia il caos, le poche forze di polizia erano impotenti ad ovviare in
qualche modo ad una situazione di disordine e di terrore. Si verificarono
allora, un po' dovunque, prelevamenti di persone, trafugamenti di beni,
uccisioni. A questa tragica situazione - ed è questa l'accusa che
generalmente gli si muove - l'Hirsch nell'alto incarico assunto non avrebbe
opposto alcuna resistenza, anzi - si dice - che l'avrebbe, se non favorita,
tollerata quasi con compiacimento, per dare sfogo al profondo livore, che per
le persecuzioni subite, nutriva contro il fascismo e i suoi uomini».
La relazione del Prefetto Giura entra anche in particolari relativi alla vita
privata di Renato, sul suo secondo matrimonio e sul figlio avuto dalla seconda
moglie.
Alla fine la lettera così si chiude: «Per quanto sopra detto e per il
cattivo ricordo lasciato durante il periodo in cui ricoprì la carica di
Prefetto, esprimo parere contrario a che gli venga attribuito un eventuale
riconoscimento da parte dell'Amministrazione». In realtà non si
perdonava all'industriale ebreo Hirsch di essere amico dei comunisti e dei
socialisti, d'avere concesso la propria casa di Corso Portamare n. 6 alle
Federazioni dei due partiti nell'immediato dopo guerra. Non si perdonava forse
d'essere stato attivo nell'organizzazione della Resistenza a Ferrara, d'essere
stato sempre di una grande generosità.
Renato dopo essere stato per due mesi Prefetto di Ferrara, venendo meno
l'unità dei partiti all'interno del Comitato di Liberazione e
l'ostilità delle forze più moderate provocarono l'intervento
degli Alleati che ne stabilirono la sostituzione con un Prefetto di carriera. Hirsch
divenne poi presidente della commissione provinciale per l'epurazione. Anche su
questo terreno vi furono scontri e tensioni fra Renato e alcuni esponenti delle
forze politiche locali che vedevano un intralcio all'urgenza del riavviamento
produttivo e alla risoluzione dei problemi di ordine pubblico.
Ci sembra di poter vedere delle analogie con ciò che scrive Elena
Buccoliero sull'ultimo fascicolo di «Azione nonviolenta» nell'articolo di
apertura della rivista dal titolo: «La memoria chiusa in due armadi e la
coscienza addormentata» a proposito del processo al criminale nazista Michael
Seifert. Sandro Costantini P.M., Avvocato di parte civile al processo Seifert per
l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e per l'Anpi di Bolzano, oltre
che presidente del Movimento Nonviolento dice a proposito di 700! processi
rinvenuti casualmente nel 1994, durante una ricerca d'archivio presso la
Procura Militare di Roma, in due armadi allucchettati e con le ante rivolte
verso il muro dove erano stipate alcune centinaia di fascicoli «temporaneamente
archiviati». «Era tempo di guerra fredda, il mondo si era diviso in due
blocchi. Tutto doveva essere messo a tacere, Italia e Germania ovest facevano
parte del blocco occidentale. Si è impedito che l'opinione pubbluca
fosse informata e fosse fatta piena luce su quei crimini. Siamo stati privati
anche delle lacrime per gli eccidi documentati nei fascicoli. E poi, nel 1994,
quando il materiale fu ritrovato, il mondo politico ha taciuto di fronte a
tutto ciò, non ha promosso alcuna mobilitazione pubblica nè
riflessioni e ragionamenti».
Probabilmente logorato e deluso da tutti quegli ultimi avvenimenti se ne
andò una prima volta, nell'ottobre 1946, in Palestina. Dopo essere
rientrato per un breve periodo in Italia, ritornò definitivamente, il 23
agosto 1949, in Palestina. Acquistò una fattoria in un moshav (fattoria
con servizi collettivizzati), dove installa un allevamento di polli di tipo sperimentale.
Pino Ferrari, ex sindaco di Ferrara, deceduto di recente, raccontò a
Giorgio Gandini: «Qualche mese prima di morire Hirsch tornò a Ferrara
per rivedere Spero Ghedini, Gianni Buzzoni, me e i moschettieri superstiti di
quella meravigliosa pagina di storia che si chiama Resistenza».
Renato Hirsch è morto il 3 settembre 1977 ed è sepolto nel
cimitero del Kibbuz Givat Brenner. Ma a Ferrara rimane un'insegna stradale: Via
Renato Hirsch - Prefetto della Liberazione. È questa la vera
onorificienza, non quella che il Prefetto Giura volle negargli nel 1954.